Vaudeville
Il vecchio JD in realtà è un capostazione.
Lavora alla stazione termini, perché è di quello che si occupa.
Le parole gli sfrecciano sotto il naso senza biglietto, e lui guarda, osserva, sussulta ma non multa.
Di età indefinita, adora definire il mondo, dargli un nome. Ogni giorno, annota febbrilmente appunti su di un quaderno a righe, come quelli delle elementari.
Scrive con una bic scarica perché le parole più belle sono quelle che non leggerai mai.
JD sa che ogni parola è per sempre, altro che i diamanti. E che le parole sono fatti e possono far accadere le cose.
Per questo le osserva, le rispetta, le cesella, le affila e mette in fila, soprattutto se son parole di altri.
Tradurre vuol dire non tradire le aspettative di un cuore, di una testa. Perché non c’è niente di più importante che far giungere a destinazione un messaggio dentro una bottiglia, e fare festa.
JD è un mago, un negromante, un personaggio virtuale creato da Babelfish.
JD traduce ma non tradisce, al limite arricchisce. Seleziona ,scarta, cerca la sintesi sulla carta.
Il vecchio JD è un trasportatore.
Trasporta parole da una lingua all’altra, e le parole viaggiano così, di bocca in bocca, mischiandosi come le salive degli amanti.
JD traduce ma non dice. Suggerisce.
JD è un mistero, un dogma, un avatar dalla faccia di coccodrillo.
Puoi credere che esista, oppure no. Non fa differenza perché JD non sottrae, semmai aggiunge.
È come Ulisse, che parte ma non si sa se torna, JD si occupa di forma.
JD è una metafora senza il secondo termine.
JD è un come, non un perché.
E sa che uno più uno, certe volte, può fare pure tre.

